Primo San Vito Climbing Festival

SAN VITO CLIMBING

Primo Climbing Festival di Sicilia

(di Francesco Galasso)

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Europa Centrale

DAL CHIANIELLO AI MONTI TATRA

Austria – Germania – Polonia – Rep Ceca – Slovacchia

(di Modestino D’Antonio)

Cracovia

Una gioiosa alba di agosto ci accolse i‘pellegrini della montagna’ . Stavolta andavamo lontano, più lontano di sempre dal Chianiello. Dopo gli Appennini valicammo le Alpi passando per il Brennero, uno sguardo al Tirolo e fummo sulle Alpi Bavaresi a Garmisch. Poi cominciammo a scendere fino a Monaco, fermandoci a Wies. Qui è una splendida chiesa in rococò, nel mezzo delle colline di Bavaria, e qui contadini videro un Cristo alla colonna piangere lacrime di
sangue, correva l’anno 1738. Dopo pochi anni fu chiamato Dominikus Zimmermann,
architetto e genio, che in undici anni realizzò il capolavoro della sua
vita. Dormimmo a Monaco, storditi dalla birra, e l’indomani entrammo nella repubblica Ceca, fermandoci a Pilsen prima di giungere poco prima del tramonto a Praga. Tanta gente e tanti monumenti:chiese, palazzi, castelli e ponti.
Conoscemmo da Giuditta le leggende legati ai santi Venceslao e Giovanni Nepomuceno,
eroi e protettori. Un battello ci portò sulle acque della Moldava alla scoperta di altre meraviglie. Meraviglia destò anche Olomuc, già capitale della Moravia, prima della frontiera polacca,
con la colonna della Santa Trinità e la cattedrale di san Venceslao. Duecento chilometri su strade secondarie per arrivare a Cracovia ci consentirono di provare
i primi sapori ed umori di questa terra lontana e martoriata. A Cracovia, splendida città sulla Vistola, ci accolse Santa Faustina Kowalska, da poco agli onori dell’altare ed i ‘pellegrini di montagna’ diventarono ‘pellegrini di fede’. A Cracovia salimmo al castello di Wawel, con la cattedrale che è pantheon dei re di Polonia, andammoper la grandiosa e scenografica piazza del Mercato, dove tavolini ci accolsero stanchi ogni sera per continuare ad essere anche ‘pellegrini della birra’. Fu domenica e ci aspettava la ‘Madonna Nera’ di Chestochowa. Nelle vicinanze di Chestochowa c’è una collina sulla cui cima sono i resti di antiche mura di difesa che circondano ancora oggi un monastero dei Padri Paolini dove si venera una Madonna con il
Bambino, Qui, santuario della fede polacca, come ci disse suor Monica non c’è stata alcuna apparizione della Madonna, qui non ci sono stati segreti da svelare, e nessun ritrovamento miracoloso di immagini da parte di pastori e pastorelle. Qui c’è posto solo per la fede, tutto è
pieno di spiritualità, le stradine e le piazzette dove s’affacciano seicentesche costruzioni risuonano di canti e preghiere. Passano pellegrini in ginocchio davanti al volto sfigurato da infedeli, una fila interminabile, ma composta e paziente. Un’altra fila vedemmo nella foto
all’ingresso del campo di Auschwitz: donne, anziani e bambini appena scesi dal treno ed avviati innocenti e tranquilli alla doccia di gas. Terribili esempi di crudeltà umana passarono davanti ai nostri occhi; non dimenticheremo mai! Il sorriso tornò a Zakopane quando una
polaccona di ragazza sussurrò compiacente ad Henyo:”Beatiful smile”. Henyo non raccolse l’invito, Giovanna era di guardia. Ancora Henyo con Francesco e Michele riscattarono la fama dei Moscardini, salendo sulla cima del Giewont (1895 mt), montagna che fa da testimonial della romantica cittadina dei Tatra. Una sosta a Bratislava, capitale della Slovacchia, adagiata lungo il tranquillo e non blu Danubio, prima di Vienna. Che bello passeggiare in mezzo a monumentali palazzi e chiese di pietra bianca, volute dagli Asburgo quando Vienna era la capitale di un impero, che sapori e che profumi venivano dalla famose pasticcerie che si affacciano sulle strade e sulle piazze, dove gli unici rumori erano quelli degli zoccoli dei cavalli che tiravano
sontuose carrozze. Sulle note allegre di un violino che suonava note di Strauss, lasciammo Vienna e la principessa Sissi e ci ritrovammo tra le magiche guglie di Maria Worth che si riflettevano sul lago ancora imbronciato di nuvole. Pomposa e Gubbio ci dettero il bentornati in Italia. Un viaggio lungo in paesi lontani, accompagnati dal ricordo di un Papa che ci ha voluto ‘pellegrini difede’ nella sua terra.

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Touching Alps

TOUCHING ALPS

PASSION LIVES THERE

(di Francesco Galasso)

L’Hostess faceva le braccia a Croce e non capivo perché tutte quelle raccomandazioni da parte del comandante, in caso d’emergenza mettete la maschera dell’ossigeno, il giubbotto di salvataggio è sotto la poltrona …  Sarcastico immaginavo un’ aereo che precipita da quasi diecimila metri e noi stupidi a metterci il giubbotto, ma quella donna così elegante sembrava una Marionette di gran classe, caspita!

Quell’aereo era stato preso  tra mille check-in ,controlli, finanche ho dovuto togliere le scarpe, la guardia mi chiede  il permesso di  perquisirmi, il cancello continuava a suonare, mi sento Jhonny  Depp nel film Blow che esporta droga dalla Colombia. Finalmente su quel benedetto di un’aereo, sono seduto accanto a una bella manager torinese e questi si mettono a farfugliare le raccomandazioni di sicurezza in inglese, italiano e francese, ecco, l’aereo trema e il comandante rassicurante ci informa che abbiamo attraversato un vuoto d’aria … menomale, tra pochi giorni, penso, sarò a 4000 metri d’altezza, che sogno! All’aerostazione passa  a prendermi  un furgone giallo, “Muyo” , guida alpina e trainer all’alta quota, siamo diretti a Courmayeur, mi presenta il programma che avevamo stabilito insieme, con l’entusiasmo di un bambino gli faccio un migliaio domande.

La musica del grande sud mi suonava nelle orecchie e nella testa, ero stato una settimana prima in Costiera Amalfitana e in Calabria, pieno di sole, la pelle ebano aveva i segni del profondo Sud, di una terra di passione e di musica, si puo essere perdutamente e irrimediabilmente terroni e allo stesso tempo alpinisti? Questa domanda mi balenava nella testa, Muyo non l’aveva ancora capito ma sicuramente si sarà chiesto il  perché di tante domande.

Le mani parlavano delle rocce e del ghiaccio che aveva percorso, negli occhi portava la lunga esperienza della Guida Alpina. L’accento torinese, cadenzava le parole con un ritmo che ammiravo, l’ascoltavo con la bocca aperta, un ragazzo alla mano e amichevole, quanti caffè  divisi  tra un discorso e l’altro. Avevamo molte cose in comune come l’amore per  la montagna e la Costiera Amalfitana.

peuterey

peuterey

Un Certo Dubbio…

Una lapide di un giovane della mia età con l’epigrafe “l’arrampicata era tutto, Parete dei Titani (Val Ferret)”, ti mette addosso un certo dubbio quando la via da arrampicare si sviluppa su 12 tiri di corda ed è alta 350 metri!

Siamo al secondo tiro e l’effetto vuoto non l’ho ancora avvertito, concentrarsi nel trovare appigli e appoggi ti fa dimenticare che dietro alle tue spalle ci sono decine e decine di metri di aria,

Su Venus..., Val Ferret

Su Venus..., Val Ferret

te ne accorgi quando arrivi in sosta e bisogna fare la manovra per proseguire, l’unico momento per guardarsi indietro,  caspita! afferro subito la catena con un allungo ad uso gatto, e chi la mollerebbe mai quella bella catena piantata nel granito a decine di metri d’altezza?.

E sosta dopo sosta guardavo lo zaino lasciato all’attacco della via sempre più piccolo, poi invisibile, mette davvero tanta soggezione l’altezza, ma che fascino che ha!

Non ci avevo pensato, ma stavamo arrampicando da ore ormai, senza accorgermene, e i bisogni  più comuni come svolgerli? Muyo addirittura rulla del drum e lo fuma in sosta, mentre mi recupera con l’altra mano,  tra un’evoluzione e l’altra ci si scambia anche due chiacchiere con la gente della cordata vicina, si socializza in verticale, voi l’avete mai fatto? Che dolore ai piedi che avevo. I calli bruciavano, le scarpe per avere un buon grip (aderenza) con la roccia devono essere due misure in meno, le falangi dei piedi devono essere incastrate nella forma a punta delle scarpe. Corde Doppie e finalmente poter allentare le strette scarpette, via veloci curvando l’aria diretti alla Val Veny, rifugio Monte Bianco, Cena e subito a letto, Io Felice e stanchissimo.

Dormire tra gli Dei del Bianco

La Val Veny, uno dei posti più belli del mondo, di fronte hai una guglia fantasmagorica, come quella del Peuterey e poi dietro il tetto D’Europa, il Monte Bianco. E’ un privilegio risvegliarsi qui!

Baita in Val Veny

Baita in Val Veny

Facevano tutti colazione con latte e un po’ di pane e marmellata, colazione povera per un’alpinista, decisi allora che la mia fame andava assecondata,  rinunciai alle colazione e presi un ottimo panino Speck e Brie caldo fumante,prima di salutare la gentile titolare che me lo preparava. Buono, non avevo fatto però, ancora i conti con la sete che causa.

Ci fermiamo in un Concept – Bar Arrampicatorio ad Arnad, si beve un caffè ristretto, a servircelo sarà una gradevole ragazza valdostana, alla quale  chiediamo informazioni sulla “corma di machaby” , corma perché dalla punta tonda, molto verticale, roccia compatta e granitica, baciata dal sole. Dodici tiri di corda ancora, gli arti che ormai hanno dimenticato il “come camminare”, 10 ore in parete, la schiena spezzata dall’imbrago scomodo, le ossa delle dita dei piedi scricchiolanti come una porta cigolante e vecchia.

L’emozione di giungere in cima a una montagna soltanto arrampicando è qualcosa che mi ha fatto urlare di gioia, stretta di mano rituale col compagno di cordata, si calza gli scarponi e si riscende a piedi da un’altra parte, colgo l’occasione e ringrazio dal profondo del cuore il giovane calabro- valdostano con la panda “old-fashioned” 4×4 che ci offri gentilmente il passaggio, senza di lui avrei dovuto percorrere a piedi i 6 km di discesa che ci separavano dall’auto, non sarebbe certo stato il massimo con la stanchezza che avevo, ero distrutto!

A sera prenoto in un ostello vicino la stazione ferroviaria di Verres nei dintorni di Aosta. Ostello accogliente con  cane abbaiante e incazzoso, ad ogni passaggio di treno trema tutta la struttura e il cane forsennatamente lo rincorre , potrò mai dormire? Detto fatto, la stanchezza mi assale e non mi svegliano  manco le cannonate. La sera a letto talmente assuefatto all’arrampicata, mi addormento non più nella mia solita posizione supina ma quella a rana che si utilizza spesso per arrampicare, risvegliandomi nella stessa al mattino.

La Giusta Direzione della Passione

Perché una persona che abita in una zona balneare e di bassa montagna come la Costiera Amalfitana, vuole  prepotentemente diventare un’ Alpinista?

Grisù, il Draghetto Pompiere

Sapete cosa mi viene in mente? Un draghetto chiamato Grisù che sputa fiamme accidentalmente e senza volerlo ma nonostante tutto, vuole raggiungere il suo scopo, la sua passione, fare il Pompiere!

Grisù è il cartoon che guardavo da bambino, non mi sono mai capacitato perché volesse a tutti i costi fare una cosa totalmente lontana dal suo modo d’essere. Nel modo di pensare comune chi abita nei pressi della montagna potrebbe diventare Alpinista e chi Abita in una zona marina il Marinaio. Ho sempre voluto sovvertire quest’equazione. Perché? La risposta soffiava nel vento…

Quante strade deve percorrere un uomo
prima di essere chiamato uomo?
E quanti mari deve superare una colomba bianca
prima che si addormenti sulla spiaggia?
E per quanto tempo dovranno volare le palle di cannone
prima che verranno abolite per sempre?
La risposta, mio amico sta soffiando nel vento,
la risposta sta soffiando nel vento

Per quanto tempo un uomo deve guardare in alto
prima che riesca a vedere il cielo?
E quanti orecchie deve avere un uomo
prima che ascolti la gente piangere?
E quanti morti ci dovranno essere affinché lui sappia
che troppa gente è morta?
La risposta, mio amico sta soffiando nel vento,
la risposta sta soffiando nel vento

Per quanti anni una montagna può esistere
prima che venga spazzata via dal mare?
E per quanti anni può la gente esistere
prima di avere il permesso di essere libere
E per quanto tempo può un uomo girare la sua testa
fingendo di non vedere
La risposta, mio amico sta soffiando nel vento,
la risposta sta soffiando nel vento

(Blowin’ in the wind, Bob Dylan, 1963)

Vetta! 5/6 Agosto 2009

Rifugio Gnifetti ore 17-18, Prima della Vetta

Il Massiccio del Monte Rosa è tra i più estesi dell’arco alpino con oltre 18 cime oltre i quattromila è una delle zone alpinistiche più frequentate del mondo.

Capanna Gnifetti

Capanna Gnifetti

Puoi imbatterti in persone che vengono da ogni parte del globo, di solitari slegati, come in gruppi in cordata da dieci, o alpinisti attrezzati di tutto punto come se dovessero compiere una spedizione himalayana, o ancora alpinisti con la piccozza old-style di legno e imbragatura pettorale, forse perché si fidano solo della loro vecchia attrezzatura di 30 anni fa.

Mentre scrivo sul balcone di questo rifugio arroccato sulla nuda roccia, mi assale un forte senso di libertà. Ho davanti a me chilometri di Cime grandiose, appuntite, severe, la Valle D’Aosta, Il Piemonte, La Svizzera se mi impegnassi e avessi un telescopio potrei vedere finanche la Campania. Il Sole mi carezza la pelle, le nuvole si stanno rincorrendo.

Stanno intorno a me persone provenienti da tutto il mondo, si capisce chiaramente dal loro chiacchiericcio, hanno facce sorridenti. C’è sicuramente tra loro chi, sta attendendo ansiosamente la cima da scalare, l’orgasmo da vetta dopo la notte al rifugio. Sognavo quel momento da tempo, l’alta montagna è un’ ambiente che non ho ancora calcato, i suoi ghiacciai, le creste nevose  i ripidi pendii verticali e quel vuoto d’aria enorme, migliaia di metri, spazi giganteschi quasi incommensurabili. Sarà un momento denso di significati, una linea di confine per la terra promessa, quella che ha benedetto il Buon Dio, non solo il mio ma il Dio di tutti, da Buddha ad Allah, l’unico posto al mondo dove lo puoi incontrare e parlare all’uomo.

Il mio entusiasmo infantile porta a immaginarmi già lì tra le affilate creste, raggiungere il mio Giordano, il mio battesimo della vetta. Padrino sarà “Muyo”, la mia guida, mi bagnerà il capo col ghiaccio della Punta Parrot.

La Vetta

Partiti al buio dal caldissimo, quasi asfissiante, e affollato rifugio Gnifetti, con ancora tanta fame, lo stomaco rumoreggiante,  le 4 fette biscottate servite dal rifugio con quel poco di latte mi avevano solo reso più affamato, consolandomi con una palla rossa nel cielo che dava il cambio alla Luna piena, le nuvole erano una tavola bianca che si perde all’orizzonte.

Muyo, Guida e Compagno di Cordata

Muyo, Guida e Compagno di Cordata

Calziamo i ramponi ci leghiamo ma il freddo fa perdere sensibilità alle dita, è difficile fare nodi a quella temperatura. L’alba ci sorprende quando stiamo per attraversare dei crepacci enormi,  non ho nemmeno il tempo di fotografarla.

Alba sul Col De Lys

Alba sul Col De Lys

Posso di tanto in tanto spiare dietro le mie spalle senza perdere la concentrazione sul cammino delicato che sto facendo, l’alba scoppia in quei colori arancio accesi d’energia mattutina bianca, mi sento io stesso il sole, la luna, le nuvole, la roccia, il ghiaccio.

Raggiungere la cima per un’alpinista è tutto, portare il proprio corpo dopo avere portato prima lo spirito in cima, raggiungerlo poi e riacquistare la coscienza che si era fusa nella fatica. Per l’alpinista la cima è il momento perfetto, lo “stargate”, una porta per le stelle, dalla vetta non si potrebbe andare più da nessuna parte,  l’unica parte dove non devi decidere se andare a destra o a sinistra, sei solo tu e il cielo, un punto di contatto con l’infinito, il vuoto ti abbraccia, ti circonda e ti scuote l’anima fino a toglierti il respiro.

Punta Parrot (4436 m)

Punta Parrot (4436 m)

Sulla Punta Parrot (4436 m) si cammina come su una fune,  scarpata a destra e a sinistra, un piede dietro l’altro e non puoi permetterti il lusso di inciampare. Muyo mi impone le mani sul capo e mi battezza “viaggiatore d’alta montagna” abbiamo pochi secondi ma il rituale s’ha da fare.  Scendiamo  diretti a un’altra bellissima vetta, la Ludwigshohe (4342 m ), c’è spazio solo per una decina di persone lassù ma che fascino dà possederla anche per un minuto, si ci siede e si contempla l’intorno come si fosse su un sedile di un’altalena a quattromila, poi arrivano altri alpinisti e cediamo gentilmente il posto, un po’ a malincuore ma pieni d’entusiasmo per una nuova vetta, il Balmenhorn (4167 m ), con la statua del Cristo delle Vette Benedicente.  Si scende tra le mie imprecazioni, le ginocchia logorate dalla discesa coi ramponi.

Coraggio

E’ uno stato d’animo che non potrebbe mai manifestarsi se non ci fosse paura, solo chi conosce la paura può avere coraggio, sono due stati d’animo complementari. La paura è un sentimento che rende l’uomo cosciente dei proprio vantaggi e dei propri limiti, entrambi imposti dalla psiche e dal corpo. La paura e il coraggio sono i sentimenti controllati dalla coscienza, la responsabilità e la determinazione

Francesco Galasso

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Antonio Galasso

ANTONIO GALASSO

Semplicemente, Mio Fratello

(di Francesco Galasso)

Amalfitan Coast Video

AMALFITAN COAST

Dalla Costiera Alle Musiche di Contrabbando

(di Francesco Galasso)

IV Cammino Dell’Angelo

IV CAMMINO DELL’ANGELO

31 Luglio – 1 Agosto 2009

(di Francesco Galasso)

gIV cammino dell'angelo

www.sanmichelealfaito.it

31 luglio – Partenza

Da Castellammare di Stabia – ore 9 : Raduno e Partenza da P.za Giovanni XXIII – Itinerario: Salita san Giacomo, Quisisana, sentiero dell’angelo ( già via dei porci), sentiero Cresta, Santuario S.Michele.

Da Pimonte – ore 9 : Raduno e partenza davanti alla Tralia di Tralia. Itinerario : Le Tese, Via Cresta. Santuario San Michele.

Da Vico Equense - ore 8 : Raduno e partenza dalla stazione vesuviana con il Bus fino a Moiano. Itinerario: Santa Maria del Castello, Conocchia, Santuario san Michele.

Da  Angri – ore 6,0o: Raduno e partenza. Itinenraio: Chianiello, Cerreto, Megano, Procella, Santuario San Michele.

Da Napoli – Contattare Enzo Di Gironino del CAI di Napoli

Ore 14,00 Arrivi, Accoglienza, colazione a sacco. Sistemazione per la notte : a) presso gli alberghi del Faito ( contatti personali); b) presso la Casa del Giovane “Don Orione” ed il Rifugio”san Michele”, contattare LA sig.ra Annarita (cell 339 64 23 915). Contributo richiesto euro 10,00.

POMERIGGIO

Il Comune di Vico Equense offre l’Olio per La lampada a San Michele

Ore 17-19

Convegno sul tema :” I sentieri della fede per i Monti Lattari”. Interventi di don Catello Malafronte, Rettore del Santuario; Enzo Di Gironimo, ccordinatore di Terre Alte Centro Sud Italia; don Lucio Sembrano, Biblista; Modestino D’Antonio, presidente “Associazione il Chianiello” di Angri; Arch. Anna Savarese, Presidente Parco Regionale Monti Lattari; Geom. Matteo De Simone, Assessore al Faito del Comune di Vico Equense; On. Salvatore Ronghi, Vice Presidente Consiglio Regione Campania.

Al termine del Convegno sarà scoperta, sulla parete della memoria, LA LAPIDE per ricordare il Prof. Giovanni Del Sorbo, professore Università di Napoli.

Ore 20 – Fiaccolata dal santuario alla grotta di San Catello

Cena e festa al Rifugio

Ore 5,30 Le sentinelle del mattino (Aspettando l’alba)

0re 6,30 Santa Messa e Benedizione Eucaristica

Colazione al Rifugio

Ore 9,00 Escursione-pellegrimaggio al Monte Sant ‘Angelo ai Tre Pizzi ( Molare)

Durante la giornata del 1 Agosto, festa litirgica nell’anniversario della consacrazione del snatuario, saranno ce,lebrate le Sante Messe anche alle ore 10,30; 12,00; 18,00

Note tecniche:

  • munirsi di scarponi per la montagna, torcia, giacca a vento, colazione a sacco…
  • Sono a disposizione sacerdoti per colloqui personali e confessioni.
  • Nei prossimi giorni sarà disponibile materiale con ulteriori informazioni
  • E’ possibile pernottare presso il Rifugio “San Michele” (16 posti) adiacente al Santuario e la Casa del Giovane “don Orione” (45 posti) o presso gli alberghi (cf numeri utili in Home page).
  • Per la cena e la colazione al Rifugio si chiede ai partecipanti un contributo volontario.

Per ulteriori informazioni telefonare al rettore del santuario e alle sezioni CAI, al Rns, ai responsabili dei gruppi e delle associazioni

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come è nato il cammino dell’angelo

Per non dimenticare

Il Cammino dell’Angelo nasce nel 2006 per iniziativa di don Catello Malafronte, Rettore del Santuario San Michele, e di alcune associazioni (AGESCI, Gruppo del Rinnovamento, Club Alpino Italiano – Sottosez. di Castellammare di Stabia e Gruppo Terre Alte della Sezione di Napoli) con l’intento di rinnovare l’antico culto per l’Arcangelo Michele sul Monte Faito e di riscoprire in tutti i suoi aspetti, storici e naturalistici, una montagna, che da sempre è stata legata alla vita economica e religiosa delle genti della Penisola Sorrentina. Esso riprende infatti l’antica tradizione devozionale per l’Arcangelo, nata nelle nostre terre fin dal VI secolo allorquando, ad opera del Vescovo San Catello e del Monaco Sant’Antonino, fu edificato un piccolo oratorio in legno dedicato all’Arcangelo Michele sulla sommità dell’allora Monte Gauro. Il culto di San Michele presso l’antico Santuario che sorgeva sulla sommità del Molare (1444 m s.l.m.), vetta più alta dei Monti Lattari, rimase assai vivo fino al 1863, quando il capitolo Cattedrale di Castellammare fu costretto a trasferire la Statua dell’Arcangelo Michele, nella Cattedrale di Castellammare di Stabia. A quel tempo i Monti Lattari erano infatti infestati dai briganti i quali ben presto scassinarono la porta del Tempio per utilizzarlo come loro rifugio. In breve tempo il Santuario cadde in rovina fino a scomparire quasi ogni traccia di esso sulla sommità del Monte. Fu nel 1937, per iniziativa dell’allora Vescovo Mons. Emanuel e grazie all’entusiasmo di numerosi benefattori (Rag. Sciarretta, Comm. Sagliocca e tanti altri) che iniziò la costruzione del nuovo Santuario sul vicino Monte Cercasole, ultimata il 24 Settembre 1950 quando fu consacrata la nuova chiesa. In due occasioni, nel 1558 e nel 1782, i pellegrini potettero assistere all’evento miracoloso della manna che scaturì copioso dalla statua dell’Arcangelo. Il culto micaelico ha in Italia meridionale origini antichissime e quello del Monte Faito risulta essere tra i più antichi in assoluto. Esso si diffuse in particolare fra i popoli Longobardi che si erano stanziati nel Meridione d’Italia. Ed è qui che sorsero numerosi luoghi di culto dedicati all’Arcangelo: chiese e cappelle votive sulle cime dei monti, sulle alture, in cavità rupestri e dedicazioni a sorgenti di acque, molto spesso sugli stessi luoghi ove sorgevano antichi templi pagani. Tra questi, il famoso Santuario di San Michele al Gargano, risalente al VII secolo. Il nostro pellegrinaggio al Santuario di San Michele avverrà da tre diverse località: Castellammare di Stabia, Vico Equense e Pimonte. A quasi 150 anni dall’ultimo pellegrinaggio in onore dell’Arcangelo, saliamo tutti insieme al Faito, per i sentieri calcati dai Santi Catello e Antonino!

Il Cammino Dell’Angelo

IL CAMMINO DELL’ANGELO

UN’ESPERIENZA DI INTIMA INDAGINE

(di Antonio Nunziante)

Alcune nuvole che sembrava volessero parlare di pioggia si rincorrevano all’inizio del mitico sentiero 00. La Badia di Cava ci osservava sul suo sagrato millenario.

Badia della SS Trinità Di Cava

Badia della SS Trinità Di Cava

Da lì comincia il nostro cammino. Ogni passo sarà fatica. Ogni passo però da lì in poi ricorderà ai nostri occhi la bellezza della Natura. Rinnoverà la nostra meraviglia rinsaldando il nostro contatto con la Terra.

E allora sono nuovi fiori. Sono nuove creature, operose nelle loro vite a noi ignote. Un susseguirsi di colori, forme e profumi ci fa ala al nostro cammino. Sono trascorse un paio di ore e siamo sull’Avvocata. Nulla si vede. Solo la chiesa sembra avere una forma più decisa nella nebbia. Entriamo accolti dal canto dei fedeli al quale si aggiunge il nostro. “..Tu sei la mia vita altro io non ho..”.

Qualche arachide e le energie tornano a crescere. Ma la pastiera e i panini di un amico incontrato lì fanno anche di più.

Un Grazie a Voi

Grazie a Voi...

Siamo già pronti per proseguire, lasciando alle spalle le tende, le tammorre di tanti. La grotta dell’Apparizione è lì, a destra del nostro cammino. Adesso si inizia a scendere, verso la divina costiera. Troppo curiosi per resistere alle mura di una rocca. Anche oggi si è trovata l’occasione per arrampicare un po’. Siamo al di là delle sue mura. Vaghiamo un po’ per le sue terrazze. Il paesaggio va dal blue del mare al verde dei monti. Due soli colori ma le sfumature sono infinite.

Castello di San Nicola de Thoro Plano

Castello di San Nicola de Thoro Plano

Il meteo è ancora incerto al nostro arrivo a Reggina Maior. Meno incerti noi quando ci viene offerto di sedere a tavolo in una pizzeria. Che non si dica che siamo di poco appetito. In fondo abbiamo del tempo. Attendiamo il resto della spedizione girando un po’ per la marina. Visitiamo il suo Duomo. È tangibile la fede delle genti di mare.

Ricomincia il salire. Saranno più di mille gradini. Ma dopotutto ci sentiamo riposati dalla nostra sosta. Ma ecco che si è deciso a piovere. Le nubi che si erano addensate sulle nostre teste lasciano arrivare grosse gocce. Sarà una dura salita. Voltandomi indietro vedo il mare e la cupola maiolicata di giallo e verde. “Si bbell pure quann’ chiove”, questo è quello che penso. Ma la pioggia non ci darà sosta. La visibilità calerà sempre di più e saranno ore difficili fino al Santuario di San Nicola.

"Ssi Bella Pure Quanno Chiove"

"Ssi Bella Pure Quanno Chiove"

Si cammina così nel vento, tra la pioggia, lasciando di sé profumo di limoni. Colti e mangiati, così come sarà per dei gelsi qualche centinaio di gradini più su. E pensare che continua a piovere. Ma forti dei nostri impermeabili, che tanto impermeabili poi non erano, ci ritroviamo di nuovo come bambini a rubare frutta. Sembriamo rinfrancati dalla nostra breve sosta per cogliere frutti lavati dalla pioggia. Tuttavia è sempre lei, la pioggia, che rende il nostro percorso più difficile. L’ultimo tratto, per chi sa che è l’ultimo, sembra non finire più. Per chi non conosceva invece questo sentiero non vede l’ora di arrivare per mettersi all’asciutto. Però nessun punto di riferimento si scorge nella nebbia. Si va avanti solo di volontà, anche le gambe hanno perso un po’ della freschezza iniziale. Scorgere ad un tratto un’indicazione sa di liberazione.

Ladri-Ghost di Frutteti

Ladri-Ghost di Frutteti

Sentiamo solo le voci dei nostri compagni, non si vedono in quel mare lattiginoso. Atri cinque passi e le loro immagini cominciano ad assumere contorni più nitidi insieme alla nostra meta giornaliera. Il primo pensiero è quello di cambiarsi, togliersi gli indumenti zuppi di pioggia. Anche togliersi lo zaino è tirare un respiro di sollievo. Non sapevo ma qui non c’è elettricità o acqua corrente. Poco male. Una pompa ci fornisce l’acqua che ci occorre. Candele lungo i corridoi e negli ambienti che ci ospitano ben presto proiettano nelle loro vicinanze una luce mistica che sostituisce la più asettica luce delle frontali. Stiamo imbandendo una tavola nell’ex-sacrestia per la cena.

La Luce di Candelabri tra le Antiche Mura del Convento

La Luce di Candelabri tra le Antiche Mura del Convento

Due candelabri ne illuminano le pareti prive di intonaci ma ricchi di immagini sacre. Una finestra si affaccia su Reggina Minor e sul resto della costiera dove le luci delle strade e delle case brillano. Si sostituiscono alle stelle nascoste dalle nubi. Tuttavia non piove adesso. Intanto in cucina fervono i preparativi per la cena. L’acqua comincia a bollire. Quindici minuti ancora e saremo a tavola a gustare i nostri bucatini, a discutere della nostra giornata, del nostro cammino. E ora chi l’avrebbe detto. Sembra che il posto più caldo e asciutto del santuario sia proprio la chiesa. È lì che dormiremo. I nostri sacchi a pelo vicino all’altare con San Nicola e gli altri che ci osservano. C’è chi parlotta ancora un po’ e confessa le proprie sensazione. Chi invece ha solo il tempo di sistemarsi al meglio nel proprio ricovero. Sciolgo i muscoli ancora un po’ e sento ancora le ossa umide. È stata una giornata intensa. Non ho il tempo di pensare a grandi cose. Forse nemmeno devo pensare.

Il "Masto" Chef

Il "Masto" Chef

Basta ricordare le mie sensazioni. Calma, benessere, pace. Mi sento riconciliato con il mondo, inteso come Pachamama per gli Aztechi. Capisco di nuovo cosa volesse dire Grande Spirito per gli indiani d’America, quando questi avevano tutto quello di cui necessitavano senza stravolgere gli equilibri della natura. Una domanda però me la pongo e mi fa paura un po’: tutto questo è solo una parentesi che sto aprendo nella routine quotidiana o riuscirò prima o poi a vivere con uno spirito diverso la mia vita? Insomma, è solo una vacanza o è davvero un viaggio dentro di me? D’accordo, d’accordo. Buona notte.

Creuza de Maior

Creuza de Maior

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Il Cammino dell’Angelo 2009

IL CAMMINO DELL’ANGELO

IL SECONDO GIORNO

(di Antonio Nunziante)

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Il Convento Di San Nicola

Il nuovo giorno non ha pioggia con se. Un bel vento muove le bandiera arcobaleno della Pace e d’Italia. Possiamo renderci conto adesso di dove siamo effettivamente. Colazione con pane e miele e di nuovo in cammino. Il sentiero si muove sinuoso sotto le fronde. Tutto è ancora umido. Si cammina tra il fitto del bosco in alcuni punti, terrazzamenti coltivati. Raggiungiamo la strada che ci porta a Ravello e da lì proseguiamo per il luogo più anticamente popolato della costiera, Scala. La nostra tappa ci consente di comprare da mangiare per il pranzo in una salumeria e ci riforniamo d’acqua. Sfortuna vuole che le scamorzine farcite che vi ho trovato una volta ora non ci sono. Soprattutto però facciamo visita alla statua della Madonna pregata da Sant’Alfonso. Davvero ogni luogo qui ha la sua storia fatta di Santi e Madonne. Si fa ora di ripartire. Scalino dopo scalino cominciamo a salire. Scopriamo che ad 87 anni c’è chi fa ancora questa stessa nostra strada almeno un paio di volte al giorno e mi chiedo come cambierò invece io col tempo. Lasciamo per un momento alle spalle questi pensieri, c’è un ciliegio carico di magnifiche ciliege pronte da cogliere.

Ciliegia sulle scale di Scala

Ciliegia sulle scale di Scala

Non si può evidentemente resistere a tale generosità. L’aspettativa è superata dalla realtà, dalla dolcezza di questi frutti. Cosa ne penso della frutta fuori stagione nei supermercati? Che forse tanta elettricità e benzina per trasportarla potrebbero essere risparmiati. Lasciamo stare, dai. Andiamo avanti. A due passi dal mare su questi monti ci sono dei castagneti da non credersi. Ne attraversiamo uno. Quando ne usciamo la vista spazia su un tratto di mare immenso. La costa frastagliata anche oggi non è baciata dal sole come al solito. Anzi. Un certo vento per il momento tiene lontano le nubi da noi, ma queste sono semplicemente un po’ più in altro. Proprio dove noi stiamo andando. Zaino in spalla e ad un certo punto non si hanno più riferimenti. Si vede fino a due metri.

Nebbia sul piano del Ceraso

Nebbia sul piano del Ceraso

Il gruppo si allunga e si scompone. Presto la mia sensazione è di essere solo. Penso di aver lasciato la realtà indietro. Ad una svolta non c’è più il vento che soffia in alto tra le cime. C’è un incredibile silenzio. Mi fermo e avverto il cuore tamburellare dentro. Riprendo di nuovo il sentiero salutando due ragazzi che scendono a valle con dei muli. Arrivo al rifugio. Altri hanno preceduto il mio gruppo. Troviamo quindi un fuoco acceso che ci scalda l’animo ma soprattutto le ossa. Mangiamo qualcosa. Diamo anche un’occhiata alle carte non sapendo che, camminando apparentemente sempre in una precisa direzione, nella nebbia si può tornare indietro e ritrovarsi al punto di partenza dopo un’ora. L’orientamento è infatti messo a dura prova dalla visibilità ridotta a pochissimi metri. Non un riferimento né un sentiero indicato. Non ci perdiamo d’animo, anzi c’è chi sorride divertito. Riprendiamo e troviamo poi il nostro sentiero nonostante la pioggia cada copiosa da dopo pranzo. Non smetterà finché non lasceremo la riserva naturale per prendere l’antica via romana di Stabia.

Camminando nella fitta nebbia

Camminando nella fitta nebbia

Iniziamo a scendere verso Agerola, nostra meta quotidiana. In verità la nostra meta sono gnocchi alla sorrentina in un ristorante vicino il nostro ostello. E poi alici fritte e altro ancora. Su tutto un vino rosso frizzantino e fresco. Anche questo è la nostra costiera ed i suoi monti.

La notte passa tranquilla nonostante la presenza di fantasmi, o meglio ghost, nell’ostello come in quegli antichi castelli scozzesi (beh, non proprio tutti potranno capire questo passaggio). L’indomani la sveglia è puntata presto per la tappa del Faito ma piove davvero troppo e, a malincuore, dobbiamo desistere dal completare il nostro cammino.

Ce ne sono state di cose da dire su questi due giorni. Spero mi si perdonerà ma credo di aver tralasciato qualcosa. Ovviamente. Ovviamente perché ogni passo ha portato ad una riflessione. Ogni passo ha procurato fatica. Si scoprono i propri limiti metro dopo metro ma anche le possibilità che questo nuovo passo porta con sé. Ci si può muovere in molte direzioni, anche dentro la propria mente. Si devono gestire le energie, il tempo, il proprio corpo. È un confronto con lo spazio, una prova intima con sé stessi. Tutto questo ad ogni respiro, ad ogni passo.

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Pane e climbing

PANE E CLIMBING

Il climbing è lo sport di situazione per eccellenza

(di Raffaele Alfano)

PUNTA CAMPANELLA

Punta Campanella è l’estrema propaggine della penisola sorrentina sulla costa tirrenica. Mi piace sempre ritornare in questo luogo dove ancor vive il mito di Ulisse e delle sirene. Qui è facile perdersi nei sogni, sentirsi inermi davanti a tanto splendore e vivere un assoluto distacco dal trambusto cittadino. Si ha l’impressione che il tempo ritrovi quell’andamento pigro oggi smarrito.
Che cosa si prova ad arrampicare? E’ come se le emozioni fossero più veloci dell’intelletto, ed è difficile racchiuderle in una frase. Forse non è possibile coglierne l’aspetto razionale, forse è puro istinto. In quegli istanti sei solo con le tue paure, guardi negli occhi il coraggio e ti auguri che non ti abbandoni. La mente consegue una straordinaria concentrazione, diventa leggera, agile, sgombra da ogni assillo. Tutto quello che ci attornia assume un senso differente, viene fruito diversamente dai sensi.
Il climbing non è uno sport di competizione, ma di meditazione. Si evolve per gradi, la crescita è interiore. Quando si osserva un amico conseguire un gesto in cui tu non sei riuscito, si gioisce immaginando il momento in cui si conquisterà quelle stesse sensazioni.
Punta Campanella è stato per me un luogo di formazione. La falesia qui si tuffa direttamente a mare e quel continuo fluttuare delle onde sulla roccia, mi aggredisce, mi regala una sensazione di instabilità unica. Le prime volte non riuscivo che a fare pochi metri in parete, poi vinto dalla devastante veemenza evocativa degli abissi, rimanevo impietrito ed ero costretto a scendere. Al termine della mia prima arrampicata, giurai a me stesso che non avrei più tentato, mi sentivo terrorizzato. E’ meraviglioso pensare che domenica ho anche provato la salita come primo. Sto vivendo un continuo e costante miglioramento della mia capacità di reagire alle situazioni. Il climbing è lo sport di situazione per eccellenza. Più che la bellezza di un gesto tecnico più o meno aggraziato a seconda dell’esperienza maturata, l’arrampicata mi affascina perché lungo quei venti metri di parete, riesco ad illudermi di dominare il mio tempo.

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La Terra dei Miti

La Terra dei Miti

non poteva esserci sensazione più bella che trovarsi in quel luogo

(di Carmine Afeltra)

PUNTA CAMPANELLA

Che la Campania avesse di vedute meravigliose e spettacolari lo sapevo, come sapevo che il modo migliore per godere di queste meraviglie è quello di avventurarsi nelle sue viscere e nel suo intimo per andare diritti all’essenza della sua anima. Sapevo che l’uomo da sempre ha cercato di superare i propri limiti mettendosi alla prova in sfide stimolanti e ai limiti delle proprie forze fisiche e mentali. Quando ieri, sulle splendide pareti rocciose di Punta Campanella, ho visto un gruppo di amici che con passione e dedizione arrivava a toccarne le cime più alte ho cercato di dare una spiegazione logica a me stesso. Dopo le prime “arrampicate” ho capito che la risposta risiede nella voglia di sfidare la natura e dominarla con i muscoli e, soprattutto, con la mente e la ragione. Ad un certo punto ho dato loro le spalle lasciandomi dietro quelle pareti baciate dal cielo e abbracciate dal mare per ammirare l’azzurro cristallino dell’acqua e ho compreso che per loro, come per me, non poteva esserci sensazione più bella che trovarsi in quel luogo: nella natura selvaggia fra terra e cielo, montagne e mare, per godere di uno dei posti che anche il mito ha scelto come luogo più ospitale per i suoi eroi più vigorosi. Forse lo sapeva anche Ulisse, quando decise di costruire su queste terre un tempio, che quello era uno di quei luoghi da scoprire emozionandosi. Da vivere.
Il contatto con la nuda roccia forse per gli appassionati di climbing è uno dei modi più vivi per riscoprire queste terre che troppo a lungo hanno subito l’oblio dei loro abitanti.
Ho scelto di raccontare la mia prima esperienza con il gruppo di amici de “Viaggiatore Vagabondo”, che ringrazio calorosamente, non attraverso la semplice descrizione della giornata (quella la si può vedere nelle foto), ma attraverso le sensazioni che ieri mi hanno accompagnato durante una splendida giornata di adrenalina.
A sera eravamo stanchi ma appagati, felici e già pronti per un’altra seducente avventura.

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